"Non ho scelto il male né il bene, Ma attraverso e al di sopra del male, ho scelto la poesia" C. Baudelaire.



mercoledì 24 maggio 2017

L'héautontimorouménos

Di Charles Baudelaire                                         
                                                                                        A J.G.F 
Ti colpirò senza collera
né odio, come un macellaio, 
come Mosé la roccia!
e farò della tua palpebra

Per abbeverare il mio Sahara
(farò) sgorgare le acque della sofferenza. 
Il mio desiderio gonfio di speranza
nuoterà sulle tue lacrime salate 

Come un vascello che prende il largo!
E il mio cuore, che essi (i singhiozzi) ubriacheranno
i tuoi cari singhiozzi echeggeranno
come un tamburo che batte la carica!

Non sono io forse un falso accordo
nella divina sinfonia,
grazie all'Ironia vorace
che mi scuote e morde? 

Sta nella mia voce la strillona!
E' tutto il mio sangue, quel nero veleno! 
Sono lo specchio sinistro
in cui  la megera si guarda! 

Sono la piaga e il coltello! 
Sono lo schiaffo e la guancia! 
Sono le membra e la ruota, 
la vittima e il carnefice! 

Sono il vampiro del mio cuore,
-uno di quei grandi abbandonati, 
condannati al riso eterno
e che non possono più sorridere! 


Terzultima poesia della prima sezione (Spleen et idéal) de "I fiori del male", non una raccolta poetica, ma un libro, come  il poeta stesso ha più volte precisato visto che ogni componimento è del tutto autonomo rispetto agli altri eppure, la lettura delle poesie nel loro insieme, restituisce una fitta rete di interconnessioni tematiche che fanno dei Fiori, un'opera unica e moderna. Moderna anche perché si sforza di cercare il bello lungo le strade della città, sostanzialmente assente nei versi dei suoi coetanei, e non disdegna di rendere poetica persino la fuliggine che sale lungo i muri, sporcandoli (Paysage), o i lavori in corso in zona Louvre (Le cygne) nel 1859 (Ne ho parlato qui...).

Il titolo della poesia, lungo ed in qualche modo "esotico", deriva da una commedia di Terenzio che egli riprende  per fini poetici. E' un nome greco, riportato in latino, che evoca "difficoltà" di comprensione ed estraniamento rispetto al tema, non immediatamente comprensibile.
L'uso di una lingua "straniera", o non parlata, mi fa pensare alla dedica di Stendhal agli "happy few" che avrebbero colto il valore del suo romanzo: "La certosa di Parma". A questi happy few il compito di comprendere una... lingua diversa.
Baudelaire allo stesso modo, sottotitolando "Spleen et idéal" la prima sezione dei Fiori, compie  una scelta simile a quella di Stendhal. "Spleen" è infatti un termine inglese che, nel secolo precedente, Diderot aveva usato, francesizzandolo. Parlava infatti di "spline" per descrivere il fenomeno preoccupante che portava tantissimi giovani al suicidio, apparentemente senza che ci fossero ragioni sostanziali per farlo.
Baudelaire assume quel termine per farne la controparte dell'Idéal, che per definizione, è collocabile ...in alto, diciamo così. Lo spleen confina con l'impossibile, con l'angoscia, con la perdita della speranza, con la fine del giorno, con gli eterni pomeriggi. Spleen è la sintesi della cappa che, come un coperchio, schiaccia l'umanità, impossibilitata a difendersi (il quarto Spleen della sezione uno). I vari motivi del tutto, sono illustrati nel libro, nei fiori; fiori (dunque bellezza) estratti dal male (dunque moralità) e il meccanismo di "estrazione" possiamo rimandarlo al mestiere antico ed impreciso dell'alchimista, che si proponeva di estrarre oro dal ferro (In uno dei progetti di prefazione successivi al processo del 1857, egli scrive, rivolgendosi a Parigi "Tu mi hai dato del fango, io ne ho fatto oro"). Nei fiori accadono alchimie inverse. La poesia appena precedente a questa, si intitola: "Alchimia del dolore" ed, in quanto tale,  non genera ricchezza, felicità, benessere.
Il motivo di questa scelta poetica? uno dei tanti possibili è che: La coscienza è nel male. (La coscience dans le mal, ultimo verso de: L'irrémédiable, la poesia che segue a l'héautontimoruménos.) Il poeta, portatore mal-sano di una terribile moralità, chiede al lettore di smettere di essere candido, e di diventare "mon semblable, mon frère", cioè suo simile, suo fratello (Au lecteur). Nietzsche disse a proposito di Emile Zola "Ci ha resi più cinici, ma più franchi". Questo pensiero mi sembra estendibile anche al creatore dei fiori e relative "terribili moralità".


Il titolo, dicevamo, significa in francese: Soi même, punir. (Punire se stessi).
L'opera di Terenzio parla di un vecchio padre che si punisce per aver rimproverato il figlio, costringendolo a lasciare casa. Il tema è dunque incentrato sui difficili rapporti fra vecchie e nuove generazioni, che Baudelaire ha vissuto sulla sua pelle  dopo la morte del padre, quando sua madre si è risposata col Generale Aupick, emblema di tutto ciò che egli odierà di più al mondo.
Occorre precisare però che nella poesia egli sfrutta il titolo in senso lato rispetto a Terenzio. Baudelaire sembra voler parlare di qualcuno che si trovi nella situazione di infliggersi un'autopunizione.
La poesia evoca per tramite del titolo, un'essenza teatrale, fatta di finzione scenica, di esigenze di copione, ma evoca anche un dialogo interiore del poeta fra sé e sé (come già era successo in "Orrore simpatico") che dovrebbe essere in qualche modo, l'antitesi del teatro e della sceneggiatura.

La dedica, a J.J.F. non è mai stata identificata.
La si ritrova anche nei Paradisi artificiali e forse è solo un riferimento simbolico, generale. Alcuni pensano sia per Jeanne Duval, la creola che, fra alti e bassi, è stata sua compagna di vita fino alla fine dei suoi giorni, dunque sarebbe "Jeanne Jeune Femme" ma non sono che ipotesi.

La poesia è focalizzata sul rapporto dell'uomo col suo doppio, allo specchio, sul perenne alternarsi di un irriducibile dualismo del suo essere, fra vittima e carnefice. Quell'uomo però, non è poi così "qualunque", è di se stesso che parla, la poesia è dunque estremamente personale, eppure, universale.

1
Je te frapperai sans colère   
Et sans haine, comme un boucher,
Comme Moïse le rocher  (enjambement, che taglia la frase in due) 
Et je ferai de ta paupière,

Ti colpirò senza collera
né odio, come un macellaio,
come Mosé (con) la roccia!
e farò dalla tua palpebra 

L'azione consiste dunque nel "frapper" (colpire), qualcuno, fargli del male, e questa intenzione genera metafore e comparazioni interessanti. ("comme").
Di solito, se una persona arriva a colpire, a picchiare qualcuno, è perché l'istinto ha il sopravvento sulla ragione, perché l'odio e la collera sono più forti di ogni altra pulsione, quindi sembra strano che si abbia desiderio di colpire qualcuno ... senza collera né odio! E in che modo intende farlo? Come un macellaio, che di mestiere taglia carne, ma anche come Mosé sulla roccia, dunque in modo mistico, e così facendo mette sullo stesso piano un anonimo macellaio con un capo carismatico del popolo di Dio. (Nell'episodio biblico di riferimento, Mosé, che rischia la lapidazione dal suo popolo assetato e furioso, batte il bastone sulla roccia, su consiglio di Dio, e da essa, miracolosamente scaturisce acqua. Esodo 17,1-7.)
Allo stesso modo di Mosé, il poeta batte sulla palpebra, e l'esito è che da questa, usciranno lacrime di dolore. Acqua che non genera benessere duqnue. (di nuovo, un'alchimia al contrario).

2
Pour abreuver mon Saharah
Jaillir (sgorgare) les eaux de la souffrance.
Mon désir gonflé d'espérance
Sur tes pleurs salés nagera
                                                                              
Per abbeverare il mio Saharah 
(farò) sgorgare le acque della sofferenza.
Il mio desiderio gonfio di speranza
nuoterà sulle tue lacrime salate.

Queste acque sgorganti dall'occhio che piange, gonfieranno il desiderio di speranza. I soggetti sembrano essere due "mon" e "ton", ma il poeta ci racconta, come abbiamo visto, un monologo interiore fra sé e sé, dunque "mon" e "ton" sono di fatto la stessa persona, e quindi ci è narrato un gesto masochista, derivante da Leopold Von Sacher Masoch, riassumibile nell'atto di infliggere un tormento a se stessi, che aumenta con l'aumentare dell'energia con cui ci colpisce..."l'altro". (Se stesso, punire... il titolo!) 

3
Comme un vaisseau qui prend le large!
Et dans mon coeur qu'ils soûleront (verbo: ubriacare) 
Tes chers sanglots retentiront (verbo: echeggiare) 
Comme un tambour qui bat la charge!



Come un vascello che prende il largo! 
E nel mio cuore che essi (i singhiozzi) ubriacheranno
i tuoi cari singhiozzi echeggeranno
come un tamburo che batte la carica! 

Il desiderio diventa qui un battello di guerra che prende il largo su un mare di lacrime (l'acqua salata non placa la sete, ma l'accresce). I singhiozzi incitano ad aumentare il vigore della vendetta, e questo è un tipico elemento sadico: Le lacrime dell'altro creano compassione e al contempo rafforzano la violenza che gli si infligge. 
Cuore e tamburo battono entrambi. Il cuore lo fa in modo attivo, il tamburo invece, va percosso... ancora una volta masochismo e sadismo si incrociano nel ruolo attivo e passivo della sofferenza. 

Queste prime 3 strofe sono molto discordanti. Da una parte vediamo la loro unità di natura ritmica, quasi musicale, dall’altra la sintassi del discorso. 
                                                                            
4
Ne suis-je pas un faux accord
Dans la divine symphonie,
Grâce à la vorace Ironie
Qui me secoue et qui me mord?



Non sono io un falso accordo
nella divina sinfonia,
grazie all'Ironia vorace
che mi scuote e morde?

Qui il poeta parla a se stesso.  Nelle prime tre strofe, i "come" moltiplicano/frammentano le figure del soggetto lirico. Però col tamburo che batte la carica ed il falso accordo (che qualifica il poeta), si torna all'IO
Cosa si intende per "divina sinfonia"? 
Sinfonia: insieme armonioso di suoni e voci.
Divino: enfatizza la perfezione di questi accordi, e la “sacralità” che si deve a ciò che è divino!
Ironia: Personificazione di una divinità verso la quale il poeta dovrebbe essere riconoscente “grazie a…” Ma essa: Me secue (mi scuote) et me mord!

Che rapporto ha il poeta con l'ironia? 
"Ironia" è una parola greca e significa "dissimulazione, finzione nel linguaggio". E' una figura retorica del discorso che permette di dire una cosa e intenderne un'altra, e ciò ci riconduce alla struttura dualistica del linguaggio (significato-significante), e del linguaggio/pensiero. 
Nella poesia V : "J'aime le souvenir de ces époques nues" (Amo il ricordo di quelle epoche nude) Il poeta afferma di amare le epoche del passato remoto dell'umanità, un tempo in cui l'ironia, quindi la dissonanza del linguaggio, non aveva motivo di essere perché l'uomo viveva in una condizione di estrema armonia. 
Nella poesia "L'alchimia del dolore", trasformare l'oro in ferro, equivale per forza di cose ad un'operazione ironica, che va contro l'interesse di chi lo fa! 
La struttura dualistica di lingua e pensiero, è la condizione di base dell'esistenza del poeta (e di tutti noi). Essa evoca l'ipocrisia dualistica che si esprime. Perché? si può parlare bene ed intendere male, e l'equivoco è dietro l'angolo. 
L’artista è tale solo a condizione di essere DOPPIO e di non ignorare i fenomeni della sua doppia naturama l’ironia, è riflessione della riflessione, e NON possiede alcun valore liberatorio per Baudelaire. Il riso eterno è la pena infernale del carnefice di se stesso

Il  rapporto dell'artista con la vorace ironia è ambiguo. 
Egli è creatore e bersaglio dell’ironia (per via del doppio) quindi: parte negativa e positiva, e si trova al contempo, dentro e fuori la vorace ironia, vorace perché opera nel meccanismo base del sistema e lo mina da dentro, rendendolo meno credibile.
L’ironia è uno strumento che sconvolge l’univocità dei due poli opposti, e così instaura un’ambiguità destabilizzante per il sistema, facendo tremare ogni certezza sulla fede. Essa è vorace, corrosiva, insaziabile e acida.  Essere ironici con se stessi significa rimettersi in discussione, esporsi alle critiche, cioè autodivorarsi. L'ironia è uno strumento di sofferenza, perché il Je diviene il luogo di una lacerazione, di un contrasto. 

5
Elle est (l'ironia) dans ma voix, la criarde! (strillona)
C'est tout mon sang ce poison noir!
Je suis le sinistre miroir
Où la mégère se regarde.

Sta nella mia voce la strillona!
E' tutto il mio sangue, quel nero veleno!
Sono lo specchio sinistro
in cui la megera (strega) si guarda!

L'ironia non viene dall'esterno, ma dal poeta stesso, e anche dal suo sangue. 
Quanto al veleno nero, nella medicina umorale classica, la Malinconia è definita "Nero veleno" e provoca danni a partire dal cervello. Nella poesia, egli sostituisce "Malinconia" con "Ironia", con la differenza non secondaria, che una è subita dal corpo, l'altra è una reazione, un atto di volontà! 
Baudelaire torna al suo lavoro di alchimista-poeta, e trasforma la malinconia in Ironia, privilegiando dunque il suo aspetto masochistico. Lo "Spleen" dicevamo... è una parola inglese, ma deriva dal greco ed è legata all'organo della milza. 
L’ironia è uno specchio interiore, ferita fra le ferite, ed il poeta è specchio di qualcosa che gli appartiene  (parla attraverso  la sua voce, essa è nel suo sangue, avvelenato dalla realtà esistente.)  Nella poesia, l’ironia è: Criarde, megère, poison noir… quindi il poeta la subisce come un tormento.

6
Je suis la plaie et le couteau!
Je suis le soufflet et la joue!
Je suis les membres et la roue,
Et la victime et le bourreau!

Sono la piaga e il coltello!
Sono lo schiaffo e la guancia!
Sono le membra e la ruota,
la vittima e il carnefice!

“Je suis”: Ora il poeta si definisce e così facendo avvicina la quartina a quella che segue, con quattro affermazioni di identità. Egli non è in pace con se stesso. Porta in sé il disaccordo della realtà dualista nella quale vive. “grazie” all’Ironia, si punisce lui stesso. Si distrugge con le sue mani, canta il falso accordo nella “divina sinfonia” e si separa dagli altri.

C’è in lui una duplicità in aspro contrasto.

Nella strofa cinque, egli è lo “specchio” di una megera. E’ al contempo  la piaga e coltello che genera la piaga. È lo schiaffo e la guancia che lo riceve, è il supplizio e lo strumento che provoca il suo supplizio, cioè il corpo e la “ruota” (antica tortura che rompe le ossa al criminale)  la vittima e il suo carnefice.  

7
Je suis de mon coeur le vampire,
 Un de ces grands abandonnés
Au rire éternel condamnés
Et qui ne peuvent plus sourire!

Io sono del mio cuore il vampiro, 
- uno di quei grandi abbandonati,
condannati al riso eterno
e che non possono più sorridere!

Questa è la settima e l'ultima strofa e qui il processo anaforico riprende in modo esasperato (je suis). Dal registro “naturale” (coltello, schiaffo, ruota, macellaio), passa a quello sovrannaturale, cioè al vampiro, legato in qualche modo al concetto di risurrezione cristiana dei corpi. Esso è un morto che rinasce la notte per andarsi a cercare il sangue di un vivente e succhiarlo.
IL POETA è dunque un cadavere che di notte resuscita, però, a differenza del vampiro, si nutre del suo proprio sangue, non di quello degli altri. (je suis de mon coeur le vampire). Il suo cuore è di conseguenza, un cuore di vampiro, cioè di un uomo morto nel quale cola "veleno nero". Egli è un assurdo parassita di se stesso. 
Siamo all'interno di una realtà che sembra decisamente bloccata, senza uscita possibile.

Lineetta/trattinoDivide la strofa in due parti e serve  ad isolare l’informazionedei tre ultimi  versi sottolineandoli: (io sono) 
uno di quei grandi abbandonati
condannati al ridere eterno
e che nn possono più sorridere!
L’ironia non ha nulla a che vedere con quella che si usa di solito, sorridente e forse anche benevola. Sappiamo già che quella del poeta è “vorace”, che è un falso accordo, un veleno nero, una megera, uno strumento di tortura, un vampiro. Non possiamo immaginare nulla di peggio.

Becherellle. Dizionario 1852: Ironia: è a volte l’ultima risorsa dell’indignazione e disperazione quando l’espressione seria appare troppo debole, un po’ come in quei grandi dolori che smarriscono un momento la ragione, un ridere spaventato prende il posto delle lacrime che non possono colare. 
Becherelle pensa a chi ha ricevuto una terribile prova... Al contrario il poeta indirizza questa ironia feroce contro se stesso, contro la realtà che lo costituisce e lo fa essere quel che è.
Questo gesto assimila tutti i grandi abbandonati, cioè quelli che nel mondo annoiato sono stati o sono ancora un segno di contraddizione insopportabile , esattamente come il poeta, che si è presentato dal principio, come respinto dalla madre, dalla sua compagna  e da tutti quelli che vuole amare (Bénediction) E' evidente Che chi trasforma l’oro in ferro e il paradiso in inferno, è respinto da tutti. (Alchimia del dolore)

Il poeta è condannato ad essere il nemico, la vittima di se stesso, della sua natura dualista. E’ condannato a un’auto ironia distruttrice, ad un ridere disperato e perpetuo, che forse è peggio del piangere. Si tratta di un ridere eterno come è eterno il destino di sofferenza o di felicità inventata dalla cultura conservatrice del mondo annoiato, che adora il dio dell’Utile. (La maiuscola crea un' allegoria/personificazione della parola). La posa del ridere eterno sarà evocata anche da Victor Hugo nel noto romanzo "L'homme qui rit" (l'uomo che ride. 1869) dove Gwynplaine, per mano dei comprachicos incaricati di renderlo irriconoscibile, subisce un taglio ai margini delle labbra, e il suo volto da allora, rimarrà contratto nell'eterna smorfia di chi, come scrive Baudelaire, non può più sorridere.) 
Se l'atto di sorridere è il compromesso ironicamente conciliante con se stesso, che lo rende fratello dell’ipocrita lettore, egli non può sorridere, ma il sorriso potrebbe essere anche inteso come espressione di uno stato perduto, di uno stato d’armonia serena con la natura, di una via priva di menzogne e di ansie introdotte dal dualismo e accettato come normale da gran parte d gente (cioè dai fratelli ipocriti)
A chi è dedicata questa poesia? 
Per il critico Mario Richter, il poeta in questi versi, si identifica con Cristo, che è modello per eccellenza della poesia che stiamo analizzando. 
Il Dio della creazione dualista ha salvato il mondo col suo proprio sacrificio. E’ un padre che per l’intermediario che è il figlio unico e preferito (teologicamente... è una sola persona) punisce se stesso per salvare l’uomo, i suoi figli disobbedienti e degenerati ...come nell'opera di Terenzio alla quale per forza rimanda il titolo.

Sappiamo che Baudelaire è nutrito di cultura cristiana
La muse malade: nella sua musa cola sangue cristiano
Vediamo che egli si riconosce in un vampiro, cioè un cadavere che resuscita per nutrirsi del suo proprio cuore
Lui che è un “mauvais moine”, “l’ennemi” un nemico che succhia il suo sangue 
Nemico della sua cultura, la cultura dualista e cristiana, che è stata voluta dal dio dell’Utile, il responsabile del “noir tableau plein d’épouvantement” costituito dagli uomini e dalle donne di nazioni corrotte “J’aime le souvenir” che hanno creduto di far meglio della natura cominciando a vestirsi

Colui che vuole veramente liberarsi di cristo per accedere all’inconnu veritable (o alla natura) deve obbligatoriamente passare per una autodistruzione dolorosa o per un’autopunizione, perché il cristo che lo si voglia o no, che lo si creda o no, è in lui, nel suo proprio sangue, nella lingua che utilizza, nella poesia che crea, insomma nella sua cultura che si fonda sul culto della conservazione del cadavere.

Ciò significa che chi vuole veramente esplorare l’inconnu deve sottomettersi al sacrificio terribile e calcolato, analogo ma opposto, al sacrificio che, nella tribù, fa del Cristo il salvatore rassicurante/comodo
In altri termini, il poeta, condannato alla triste alchimia di Mida, Tortura la musa, la sua poesia, con calcolo e passione. Ovvero con fede, esattamente come un macellaio e come Mosè.

Dunque potremmo leggere la dedica iniziale in senso più drammatico e grave, tipo: A Jesus Grand Frère ? Gesù, fratello maggiore che ha per compito di proteggere i suoi altri fratelli e sorelle, ma come dicevamo all'inizio, non sono che congetture. 


Nb: Questo scritto si trova anche nel blog Le stanze letterarie, da me gestito. 

mercoledì 1 marzo 2017

I fiori del male .. in prosa!


I fiori del male in ...prosa. #MeD edizioni.
                                           Udite, udite!!


Al solito centro commerciale mi cade l'occhio su un'edizione dei Fiori del male, molto, troppo esile. Sfoglio per curiosità e vedo pagine piene di testo! Si saranno sbagliati coi Piccoli Poemi in Prosa, penso perplessa, ma non mi tornano i conti. Leggo, ed a pagina uno trovo "Al lettore". Sono proprio I fiori del male, in versione creatiNa! Cioè, un'edizione che partiva creativa, ed è uscita cretina. Sbalordita! 







Questa edizione apparentemente economica, costa caro al senso ed alle intenzioni del poeta, e se a uno scritto sottrai senso ed intenti del poeta... Che te ne fai più?  
Potremmo chiamarli "I fiori del mare", carino...per cambiare un po'... La vista è un bene prezioso, quindi, se proprio dovete, comprate la versione bilingue (sempre) con note ed intro di Massimo Colesanti. Si avrà l'impressione che ne sia valsa la pena, e costa meno di 10 euro, cioè nulla rispetto alla qualità della critica inclusa.
Che hanno combinato costoro della MED?
Per comodità hanno pensato di riscrivere questo libro, per aggiornarlo un attimo e dargli una svecchiata e soprattutto per infilarci un po' dell'amato dilettantismo che è l'anima del 2016/17. 
Si è pensato di procedere ad una comoda conversione da poesia a prosa, tanto che cambia?! Basta che uno gli dia una letta, si faccia un'idea... Certo! Poi ci sono i ricettari vegani nello scaffale più in giù, e sospetto siano più puntigliosi e rispettati di opere che hanno superato secoli bui, secoli accesi e secoli in penombra, per approdare al "tanto è uguale" del 2017, ma non lo è affatto! 
Mi spiace per chi, comprando questo libro di 3,90 euro, penserà di avere a casa I fiori del male. 
Si chiama #poesia perché ogni parola è pesata col bilancino, perché ci sono rime, strutture su cui riflettere e perché se il poeta avesse voluto scrivere della prosa, l'avrebbe fatto! 
Baudelaire, quando ancora era vivo e poteva difendersi, non tollerava che si omettessero le maiuscole ed i punti dove lui li aveva collocati! Chissà che direbbe se si scoprisse in prosa. 
Che sarà mai? Gli avrà detto il tizio di turno, e lui senza mezzi termini deve avergli risposto qualcosa del tipo: preferisco che non mi si pubblichi se non sapete rispettare il testo! ... e non erano che maiuscole (cioè allegorie, quindi personificazioni, dunque importanti e funzionali al testo. Faceva benissimo ad arrabbiarsi). 
Scrivere in prosa non è come scrivere in versi e pare strano doverlo ricordare ad una casa editrice. Insomma, non comprate questa roba!

sabato 8 ottobre 2016

Les Fleurs du Mal, il Titolo.

Perché questo titolo? 
Ezio Bosso "Io non ho paura
L'uomo della foto non è Baudelaire, non è pensabile che un Dandy indossi scarpe rotte e abiti dimessi, eppure passeggiando lungo le vie del maestoso Jardin du Luxembourg a Parigi, ho avuto l'impressione di riconoscere qualcosa del poeta in questa posa di scomodo riposo, forse per via del taglio di capelli, o più semplicemente, il mio desiderio di "misticismo" ha avuto la meglio.Più ancora della "presenza", mi ha colpito l'assenza, ovvero quella sedia vuota, a fianco dell'albero. Sembra reclami almeno altri due occhi disposti a guardare nella stessa direzione dell'uomo che dorme -si direbbe- per prendersi una pausa dalle fatiche del mondo. Penso a Rêve parisien, in cui il sogno assume i connotati dell'incubo, da cui per capriccio, il poeta elimina la vegetazione. 
Seconda parte della poesia:  

En rouvrant mes yeux pleins de flamme
J'ai vu l'horreur de mon taudis,
Et senti, rentrant dans mon âme,
La pointe des soucis maudits;


La pendule aux accents funèbres
Sonnait brutalement midi,
Et le ciel versait des ténèbres
Sur le triste monde engourdi.





In linea col discorso iniziato nei blog precedenti, vediamo meglio come nasce il suo progetto poetico, come si realizza, e gli ostacoli che incontra.

Dalla pubblicazione di "À une dame Crèole" nel 1845, a "Les fleurs du mal" nel 1857, trascorrono dodici anni. In questo periodo si occupa di poesia e critica d'arte, concentrandosi su artisti come: Eugène Delacroix , pittore romantico, Théophile Gautier, poeta cultore dell' "arte per l'arte" ma anche autore di opere come "Il capitan Fracassa" -1863- o  del libretto Gisèle, da cui il famoso balletto di danza classica.) Edgar A. Poe, poeta e autore di short stories, nel quale riconosce un'anima affine favorendone la diffusione in Europa, ed altri ancora.

In quanto poeta, il suo lavoro si limita a sporadiche pubblicazioni e ad annunci di prossime raccolte, ma non ha ancora pubblicato l'opera che gli consenta di essere apprezzato dal grande pubblico come era accaduto per esempio a Lamartine con le sue "Méditations poétiques" nel 1820, che gli regalano una immensa notorietà da un giorno all'altro, consacrandolo come poeta romantico per antonomasia.

Baudelaire pubblica Les fleurs du mal a trentacinque anni, non proprio giovanissimo quindi, ma la raccolta, anzi il "libro", come lui sottolinea in una lettera indirizzata a Alfred de Vigny, come a voler evidenziare la struttura che lo sorregge, è una vera e propria summa di contenuti e di idee che segnano non un punto di partenza, ma piuttosto un punto di arrivo, ovvero la conclusione di una lunga meditazione su arte e vita, tanto che se Balzac aveva trasformato il romanzo in assoluto estetico, quindi in punto di convergenza di ogni sua esperienza personale ed artistica, allo stesso modo Baudelaire aveva fatto della poesia il suo assoluto estetico.
Altra bizzarra coincidenza fra i due autori, è che entrambi rimangono in un certo senso, impigliati nei loro "assoluti", quindi poesia per Baudelaire, e romanzo per Balzac, ma entrambi hanno altri progetti in mente. Balzac sogna il teatro che sin dal principio, gli si è negato (nel 1820 fallisce il suo Cromwell a teatro,e sette anni dopo, lo stesso soggetto farà la fortuna del giovane ed ambizioso Victor Hugo.)
Baudelaire vuole essere poeta, ma vuole essere anche altro, sogna di scrivere romanzi, opere teatrali, poi il processo ai suoi "fiori malaticci" finisce con l'incollarlo al  mestiere di poeta, costringendolo ad un' asfissiante senso d'impossibilità creativa dovuta alla necessità di rivedere per imposizione legale, un lavoro che egli considera concluso. Va anche notato che, a dispetto di come l'autore vive la frustrante esperienza, dopo il processo, stando al parere di molti critici e lettori, scrive molte delle migliori poesie della sua intera produzione.
Prima edizione dei Fiori.
Libro con dedica a Delacroix. 

IL TITOLO
Nel 1845 l'autore annuncia una raccolta poetica dal titolo "Les Lesbiennes". L'idea è presto abbandonata, forse perché di natura troppo circoscritta e limitata rispetto al suo progetto. Comunque s' intuisce il suo intento quasi programmatico di scandalizzare.

Nel 1848 annuncia una raccolta dal titolo "Les limbes", di derivazione dantesca si direbbe, ma perché limitarsi al purgatorio? Senza contare che all'epoca, il termine limbo aveva una forte connotazione socialista ed essendo l'autore  emotivamente coinvolto contro il nemico "borghese", nell'anno delle due rivoluzioni (febbraio e giugno) molti si aspettano una raccolta poetica politicamente impegnata, egli predilige però l' idea dell' arte per l'arte, alla Gautier, quindi il contrario dell'arte "impegnata" dei vari Hugo, Vigny, Lamartine e altri romantici della prima ora.

"Les Fleurs du mal", il titolo definitivo, arriva solo nel 1855, e riguarda una raccolta di 18 poesie pubblicate sulla rivista: "Revue des deux mondes". Nel 1857 le poesie diventeranno 101 più "Au lecteur" poesia-prologo, e nel 1861 diventano 126!

Il titolo l'ha pensato un suo amico Hippolyte Babou, ma è un dettaglio insignificante, visto che poi è Baudelaire che realizza un fitto tessuto di interconnessioni più o meno esplicite, che danno a questo libro il valore unico e nuovo che oggi gli riconosciamo. Ogni poesia conserva infatti la sua autonomia rispetto al tutto, (prova ne è che la raccolta non soffre particolarmente dell'amputazione da parte della censura napoleonica di sei poesie, senza contare che nella seconda edizione aggiunge addirittura una sezione, Tableaux parisiens), eppure, ad una più attenta lettura, si scorgono una certa quantità di temi ricorrenti, rintracciabili nelle sei sezioni che compongono il libro.
Foto collage da me realizzata. 
Vediamo meglio il senso di questo titolo:

I fiori, appartengono ad un ordine estetico... penso ancora a Balzac e al suo "Le lys dans la vallée" in cui le "lys" cioè il giglio, non può che essere riferito a un ideale di femminilità legato al concetto cattolico e morale di "purezza". Il fiore è quindi motivo d'ispirazione e simbolo di purezza.
Il male appartiene invece ad un ordine morale. L'unione di due elementi cosi distanti è di per sé motivo di originalità. Il male è insito nell'uomo, esso si respira ovunque ci sia un agglomerato di individui, in particolare a Parigi, centro del suo mondo, motivo di amore e odio nell'animo dell'autore (e per buona parte di chiunque abbia pensato di esprimersi in arte per tutto l'ottocento e non solo!) La grandezza dell'artista è di saper estrarre poesia, quindi bellezza dal fango, come fosse il più sapiente degli alchimisti.

" ...je t'aime o ma très belle... comme un parfait chimiste et comme une ame sainte ..tu m'as donné ta boue et j'en ai fait de l'or"
che significa:
" Ti amo o capitale infame! ti amo mia bella... come un perfetto alchimista e come un'anima santa...tu mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro".
Questi sono alcuni versi presi dal suo progetto di epilogo alla seconda edizione dei fiori, ma ci bastano per capire i suoi intenti poetici. Un esempio lampante lo si trova nella poesia "Il cigno", in cui sceglie di parlare di lavori in corso, cantieri aperti, in prossimità del Louvre. Questo è un fatto di grande modernità visto che i romantici tendono ad escludere la città e il suo trambusto dalle loro poesie, preferendogli le sensazioni scaturenti dalla natura. Per essere poeti della modernità, bisogna saperci trovare un lato epico e poetico, e quindi raccontarlo.

Scrive su Parigi, in uno dei tentativi di prefazione all'opera:
"La Francia attraversa una fase di volgarità. Parigi, centro della stupidità universale, malgrado Molière e Béranger non si sarebbe mai creduto che la Francia procedesse così velocemente sulla via del Progresso... il grand'uomo è stupido ...mi sono stati attribuiti tutti i crimini che raccontavo ...ma il poeta non è di alcun partito altrimenti sarebbe un semplice mortale"... concetto importante che ribadisce la poetica dell'arte per l'arte, creata da Hugo in merito a Gautier e i suoi "Smalti e cammei", e più in generale, per l'arte parnassiana.
Che significa esattamente? Se lo scrittore romantico credeva, da Mme de Staël in poi, di avere un ruolo attivo nella società, sentendosi una forza in campo capace di cambiare le cose, lo scrittore che vive durante il secondo Impero, si vede impotente di fronte alla storia: "Un nuovo Napoleone, che vergogna!" dirà lo stesso Baudelaire.
Altro fattore di novità, è il crescente ruolo delle scienze nella vita di tutti i giorni. Infine, la crescita inquietante della borghesia, classe sociale tutto sommato "nuova" rispetto all'aristocrazia, ma molto aggressiva, molto ben rappresentata da Flaubert attraverso il farmacista Homais, in "Mme Bovary", infatti sul finire del romanzo, la sua immagine troneggia su tutte le altre, come un'immensa ombra. Baudelaire invece urla "uccidete il generale Aupick" suo patrigno, ma anche generale napoleonico, borghese, benpensante, insomma, simbolo di tutto ciò che maggiormente egli detesta al mondo.

Davanti al nuovo scenario storico e sociale, la letteratura si sente più relativa, più impotente, sceglie perciò di occuparsi di arte, nient'altro che di sé stessa. Beninteso, questa manifesta volontà di non impegnarsi, è comunque il segno di una presa di posizione "contro".

IL PROCESSO.
E' passato poco tempo dal processo a "Mme Bovary" di Flaubert, quando a Baudelaire tocca la stessa sorte, per mano dello stesso Istruttore, Pinard. L'autore s'illude che anche per lui, la fase che seguirà il processo e il relativo scandalo, sarà la notorietà, proprio com'è successo a Flaubert, ma gli esiti dei due processi sono diametralmente opposti. L'altro dispone di più soldi, quindi può permettersi avvocati più validi.
Accusato di oltraggio alla pubblica morale, Baudelaire è processato e condannato ad un'ammenda cospicua rispetto alla sua situazione economica, tanto che Eugenia, Imperatrice e Moglie di Napoleone, interverrà in suo favore per ridurre l'ammenda.
Il poeta deve inoltre sopprimere sei poemi dai fiori, e deve rivedere tutta l'opera ai fini di una nuova pubblicazione, epurata dai suoi aspetti più "pornografici ed immorali".
Per Baudelaire tutto ciò è sconfortante, e non si può escludere l'idea secondo la quale, in parte, finì col somatizzare questo forte senso di impossibilità alla parola, o anche asfissia creativa, visto che morirà dopo un lungo periodo di afasia e paralisi fisica, in parte, frutto di una scomoda eredità genetica che deve alla madre, in parte per via della sifilide contratta da ragazzo, in parte per qualche "paradiso artificiale" , frequentato occasionalmente, ed in parte forse, perché ha somatizzato la sua situazione scomodissima di poeta maledetto.

A livello artistico si persuade di essere ormai affetto da impotenza creativa. Si pente di non aver scritto una prefazione che chiarisse i suoi intenti, ma è troppo tardi.

Nb: Questo post è stato rielaborato l'8 ottobre 2016, ma è stato postato una prima volta, il 3 maggio 2010 in questo link ( 3_Les Fleurs du Mal) . Sono stati cambiati alcuni dati ovviamente, per tenere l'argomento aggiornato nel migliore dei modi.


giovedì 28 aprile 2016

Valerio Magrelli su Baudelaire.



Questo video è composto, per metà, dalle riflessioni di Valerio Magrelli su Baudelaire, e per l'altra metà, da note sulla vita del poeta. Poco più che riferimenti cronologici, ma vederlo può aiutare a ripassare. 

domenica 14 febbraio 2016

Orfeo - Carmen Consoli

Ritorno alla vita?
Dipinto di Enrico Scuri
Orfeo ed Euridice
1842
Olio su cartone. 
Lei è #Euridice, bellissima, giovane ed innamorata. E' morta perché un serpente l'ha morsa. Pare corresse per sfuggire al maiale che fu #Zeus, ma non ci è dato di sapere, giacché non esistono versioni ufficiali e l'#Ansa allora, nemmeno c'era. #Orfeo, quanto a lui è inconsolabile! Decide così di calarsi nel mondo dei morti per convincere #Ade e #Persefone a rendergli la donna amata. Non c'è cosa che non farebbe per riaverla, ed intende giocarsi le sue carte fino alla fine così, impugnata la #lira (lo strumento, non i vecchi spicci) si mette a produrre melodie che creano su quei due l'effetto che i #LedZeppelin hanno ancora oggi su tanti di noi: estasi e delirio. Orfeo ottiene infatti ciò che era andato a chiedere all'inferno. Dovrà incamminarsi verso l'uscita che da quel mondo porta al nostro e che dal buio porta alla luce. Euridice lo seguirà, ma c'è una clausola, una sola, per altro bizzarra, che è poca cosa rispetto all'immensità del dono. Orfeo non dovrà voltarsi per vedere la sua amata, o sarà tutto finito per sempre.
...E il coglione che fa???
Qui inizia la storia di #CarmenConsoli, finalmente dal punto di vista di Euridice, morta, candidata a rinascere e di nuovo condannata a morire, come #Biancaneve, ma senza il soccorso del #bacio salvavita. Il suo destino è quello di morire dalla prima occasione, almeno fino a quando pretenderà che qualcuno scenda fino all'inferno per riportarla in vita, o per darle una svegliata.
Lo slogan potrebbe essere: Boicotta Dei, musicisti e tutti gli altri.
Ben oltre l'amore! Ritorno alla vita.
Sei venuto a convincermi o a biasimarmi per ciò che non ho ancora imparato?



Questo post è preso dall'altro mio blog: http://lestanzeletterarie.blogspot.it e va inteso come un approccio...semiserio! oltre che la solita scusa per condividere le note della splendida Carmen Consoli. 

giovedì 11 febbraio 2016

Piove nei tuoi occhi neri

Rain, In your black eyes.
Ezio Bosso. 


Chi l'ha visto, chi l'ha intravisto, chi ha avuto una dritta dall'amico, chi faceva zapping, chi è stato contattato dagli ufo, chi...se ne frega... 
Ieri sera a Sanremo c'è stata una performance di grande umanità e bravura, 
Enzo Bosso, il pianoforte e la melodia "Following a bird". 
E fu così, inseguendo un uccello, che capitò di volare. 
I "limiti" degli altri, siano essi fisici o mentali, devono servire a relativizzare i nostri di limiti.  
A parte tutto, è bello da ascoltare. 
In questo video, un'altra esecuzione: 

sabato 23 gennaio 2016

Quattro "Spleen" e "la cloche felée"

Siamo sul finire della sezione I: Spleen et Idéal
Questo post, sostanzialmente "informale", si limita a raccontare, come fosse una storia, il percorso tormentato del poeta in queste 5 poesie consecutive, composte con stili diversi, ed accomunate dallo Spleen, dalla nostalgia, dalla progressiva perdita della Speranza, per finire col trionfo dell'Angoscia. 
Dora Maar
"Gli anni ti tendono un agguato"

Sul finire della prima sezione dei fiori, lo spleen sembra sottrarre spazio e possibilità all’Idéal, che è la sua controparte o se vogliamo, la sua compensazione artistica.
Spleen” come Ennui, ma in inglese, per accentuare il senso di estraniamento, ed “Ennui” come “Noia”, un sentimento moderno narrato con successo, a inizio XIX secolo, nel racconto eponimo di René de Chateaubriand, "René". 
La noia, che per Chateaubriand era dovuta ad un cambiamento storico inarrestabile, diventa in mano a Baudelaire, una sorta di cattedrale poetica, rappresentativa di tutto un secolo disorientato rispetto alla storia, alle forze politiche in campo, alla scienza che avanza, alla società, sempre più borghese e materialista. Questi cambiamenti sono visibili anche lungo gli ampi boulevards, volti a manifestare anche visivamente, il potere di Napoleone III, o di fronte a palazzi interamente ricostruiti o abbelliti. Tutto subisce un processo di inarrestabile metamorfosi a Parigi, e succede molto in fretta. (Il cigno: "la forma di una città cambia più in fretta del cuore di un mortale") lasciando tutti un po’ smarriti, impotenti, praticamente “esuli” anche in terra propria (il cigno - penultima strofa* cito qui sotto una  parte della riflessione)
* La morale sembra essere:
Tutti abbiamo perduto qualcosa - come Andromaca, il cigno e la negra- dunque siamo tutti esiliati, anche noi che viviamo qui a Parigi, noi uomini moderni, per cui:
- Tutti siamo nobili (e questo cancella l'apparente opposizione iniziale)
- Nobilita la sofferenza
- E anche lui si esilia!

Lo Spleen, come il rintocco funebre di una campana, torna con costanza e monotonia in cinque poesie dal titolo: La cloche fêlée (La campana incrinata) del 1851, che in principio si chiamava “Spleen”, poi Spleen I, sempre del 1851, Spleen II Spleen III e Spleen IV tutte pubblicate nella prima edizione dei fiori nel 1857.

I numeri (I, II, III, IV) sono stati da me aggiunti per comodità di riferimento, ma non esistono nei titoli, che si limitano al “rintocco” monotono ed ossessivo della parola “Spleen”, e a seguire: “Ossessione
il gusto del nulla
Alchimia del dolore”, 
Orrore simpatico
L’Héautontimoruménos
l’irrimediabile”e 
l’Orologio” che chiude la sezione I (in principio, questo ruolo spettava alla terzultima poesia della lista)

Quanto alle “spleen”, mi è parso interessante prendere per un attimo le distanze dalla precisione dei versi, per intrecciarli in un unico racconto, praticamente in prosa, al fine di vedere che immagine che ne sarebbe uscita. In questa sede però, mi limito a raccontare le poesie a grandi linee ed in successione. 

Campana della chiesa dell'Annunziata.

I La campana incrinata getta un urlo religioso nel mezzo della nebbia in una notte d'inverno. Nel chiuso di una stanza scaldata dal camino, questa "voce" cristiana risveglia nella mente del poeta, che si trova nella stanza, ricordi lontani. La voce grossa della campana somiglia nelle orecchie del poeta, a quella di un militare sotto la tenda, laddove la sua anima, incrinata come la campana ed annoiata, emette suoni deboli, che gli ricordando il rantolo di chi muore sofferente in un pozzo di sangue, sommerso da altri cadaveri, immobile. 

Mia la foto, mia l'elaborazione. 

II Spleen -1- Piovoso”, è la prima parola della poesia, e va intesa alla lettera. Nel calendario repubblicano, questa parola designa i primi mesi dell'anno, freddi e piovosi, quindi gli è funzionale. 
Come un’urna, il cielo riversa fredde tenebre sul mondo dei vivi, nei sobborghi nebbiosi e mortalità su quello dei morti, che è il cimitero. Di fatto, è il poeta che riversa sulla città la sua malinconia, associando il suo stato d'animo alla stagione invernale. La pioggia, potremmo dire, non ha colpe. 
Nella seconda quartina egli compara il suo gatto magro e scabbioso che si agita in cerca di un giaciglio sul pavimento, all'anima del poeta che, come un fantasma freddoloso, erra sulla grondaia. E’ nota la passione di Baudelaire per i gatti,  forse per il loro spirito indomito ed anche un po’ gotico (Penso a Poe, spirito affine d'oltreoceano, ma anche al film di Jean Vigo, "L'atlante", in cui sostituisce i cani previsti dal copione, coi gatti, creando così una maggiore suggestione.)
Il fuoco, che nella prima poesia scalda il poeta, diventa ora: un ceppo affumicato, quindi si sta spegnando. Ancora una campana, stavolta “bourdon” (non “cloche”) che in questa occasione non getta un grido religioso, ma si lamenta ed accompagna in falsetto una pendola (orologio) raffreddata mentre in un mazzo di carte che emana odori lerci, (fatale eredità di una vecchia idropica*) un fante di cuori e una donna di picche chiacchierano sinistramente dei loro amori defunti.
*La degenerazione idropica è un processo patologico dovuto all'accumulo di acqua all'interno della cellula.

Mia la foto, mia l'elaborazione.


III Spleen -2-  Ancora souvenirs, come nella prima poesia: "La cloche fêlée". Lì erano ricordi lontani, qui sono numerosi e anche lontani. Il poeta afferma di avere più ricordi che se avesse mille anni. (mille come il numero ripetuto più volte nella poesia “I fari”
Paragona la sua mente ad un cassetto pieno di conti, versi, biglietti e tanto altro, eppure il cassetto nasconde meno segreti del suo triste cervello che ora paragona ad una piramide, ad un sepolcro contenente più morti di una fossa comune (i morti del cimitero della seconda poesia, finiscono letteralmente nella mente del poeta, mentre lì erano solo bagnati da fredde tenebre. Sembra che la pioggia di prima abbia qui impregnato anche la sua mente)
“Sono un cimitero aborrito dalla luna” dice, e qui, come rimorsi, i vermi tormentano i suoi cari defunti. (Anche in altre poesie si narra di vermi su cadaveri di persone a lui care. Noto anche che "Vers" significa "vermi" ma anche "versi")
“sono un vecchio salottopieno di rose appassite e mode ormai superate, e in cui si respirano odori di un flaconcino aperto (già incontrato nella poesia “Le flacon”, sezione I, e gli odori ricordano il mazzo di carte della poesia precedente. Odori lerci per l'esattezza.)

Dopo la nebbia e la pioggia delle altre composizioni, ora è la neve a caratterizzare quelle lunghissime giornate statiche d'inverno, e ad alimentare la noia, figlia di "incuriosité", ovvero di indifferenza che assume in tali occasioni, proporzioni di immortalità. (Quasi paradossale visto che tutto attorno a lui muore. Vero però che nella poesia "Au lecteur" ci aveva avvertito che la noia è capace da sola di fare volentieri della terra una rovina e con lo sbadiglio ingoierebbe il mondo. )

Infine si rivolge alla sua materia vivente che “non è più” figura retorica che sta per “morta”, ma poi continua, ed il senso cambia: 
Non sei che un granito circondato da vago spavento, assopito nel fondo delle nebbie (una costante) del Sahara. (nebbie di sabbia sta volta). Sempre rivolgendosi alla materia vivente, la paragona ad una sfinge ignorata dal mondo incurante, dimenticata sulle mappe “sur la carte” (nella poesia precedente le carte parlano dei loro amori defunti, ma sono carte da gioco, queste invece sono carte geografiche, tuttavia, in entrambi i casi, c'è aria di sinistro destino)
La sfinge ha un umore “farouche”, quindi selvaggio (altrove l’aggettivo è associato ai gatti, come nell’altra poesia [gatto-animo del poeta]) il cui umore canta solo al tramonto del sole. (che per Mallarmé ad esempio, racconta la morte degli Dei, e in Baudelaire non manca di una sensazione di decadenza (Penso a "La vie antérieure"). 

Ironia! questo gatto
proviene da un sito che parla di noia
intesa come "patologia" estrema della modernità.
Merita di essere qui.
-link-
IV Spleen -3- Qui il poeta si compara al re di un paese piovoso (“Piovoso” era l’inizio del primo "spleen"). Nella poesia si sfrutta il topos del re triste ed inconsolabile, infatti egli è giovane ma vecchio, sprezzante degli inchini dei precettori, annoiato dai cani e dalle altre bestie, ma anche dal buffone di corte e dalle donne incapaci di piacere a questo giovane scheletro. La caccia, così come la visione del popolo che muore di fame davanti al suo balcone, gli sono egualmente indifferenti, e per questo il suo letto si trasforma in tomba. (riferimento al fiordaliso, quindi è un re di Francia)
Il "savant" che gli produce oro*, non ha mai saputo estirpare dal suo essere l’elemento corrotto, e coi bagni di sangue (vedi il finale della prima poesia citata) ereditati dai romani di cui in vecchiaia i potenti si ricordano, non ha saputo scaldare quell’ebete cadavere in cui al posto del sangue, circola acqua léthé. (chiaramente allude al fiume dell'oblio).
*Produrre oro, come sappiamo, è il mestiere dell'alchimista , al quale spesso il poeta associa il suo mestiere "tu mi hai dato del fango, ed io ne ho fatto oro", scrive rivolto a Parigi -città- in un progetto di prefazione successivo alla prima edizione, volto a "spiegare" gli intenti del suo libro, condannato e censurato, dunque non compreso dai più. Si enfatizza mi sembra, il bisogno di riscrivere la realtà, filtrandola con gli occhi del poeta, che in questo caso, fallisce, come tutti gli altri, rispetto al re infelice, divorato dalla mancanza di curiosità.  

Dora Maar 

V spleen -4- L'ultima poesia della serie è la più angosciante perché segna la resa della Speranza e la vittoria dell’Angoscia. (Le maiuscole stanno a rappresentare l'allegorizzazione delle due parole. Ricordiamo che ai suoi tempi questa figura retorica era considerata superata, antica) 
La poesia si avvale dell'uso di anafore per i primi tre versi, che stanno a rafforzare il senso del rintocco, del ritorno, della monotonia dello spleen. 
QUANDO Il cielo è basso e cupo, pesa come un coperchio sull’anima che geme in preda a lunga noia. Esso versa (come Pluviose nell'altra poesia) dall’alto, un giorno nero più triste delle notti. (nella prima era notte, qui è un giorno che diventa notte) 
QUANDO la terra si trasforma in umida galera in cui la Speranza come un pipistrello vola sbattendo ovunque con le sue timide ali, e sbatte la testa sui soffitti fradici.
QUANDO la pioggia imita scendendo, le sbarre di una prigione, e mentre un popolo di ragni infami tende le sue ragnatele nel nostro cervello…
...Delle Cloches (campane) all’improvviso saltano con furia e lanciano verso il cielo un urlo orrendo, come spiriti erranti e senza patria che si mettono a gemere ostinatamente. (non più un grido religioso come nella prima, o il lamento del Bourdon.)
Infine, dopo tanto parlare di cimiteri e morti, è tempo di funerali e relativi cortei di carri funebri silenti (dopo l'urlo della campana) senza tamburi e musica. 

Tutto accade nell'anima del poeta, dove i carri sfilano lenti. Perché sta accadendo? la Speranza sconfitta, piange, e l’Angoscia atroce pianta la sua bandiera nera nel suo Cranio.
E’ finita ogni speranza!