"Non ho scelto il male né il bene, Ma attraverso e al di sopra del male, ho scelto la poesia" C. Baudelaire.



venerdì 22 aprile 2011

AU LECTEUR- Al lettore.

Poesia-Prologo.
Questo Lavoro grafico di Giger (che ADORO). mi è parso molto pertinente con il pensiero di Baudelaire espresso in questo verso: "Chaque jour vers l'Enfer nous descendons d'un pas",

AU LECTEUR  può essere definita come la porta d’ingresso a “Les Fleurs du mal”, che non chiameremo raccolta, rispettando così la volontà del suo autore, il quale, nel 1861, in prossimità della seconda uscita dell’opera, scrisse a Vigny (membro dell’accademia Francese e scrittore di romanzi, poesie e teatro), chiedendo che  la sua opera non fosse considerata una mera raccolta poetica ma un libro.  Hugo Friedrich in “La struttura lirica moderna” sottolinea i motivi di questa scelta Baudelairiana: “Il fatto che Baudelaire abbia dato a Les Fleurs du Mal una costruzione architettonica, dimostra il suo distacco dal Romanticismo, i cui libri lirici sono semplici raccolte e anche formalmente ripetono nella disposizione non premeditata la casualità dell’ispirazione” (pag 39)
Ovviamente la parola “struttura” non deve farci pensare a un qualcosa di “rigido”. Le diciotto poesie pubblicate sulla Revue des deux mondes nel 1855 col titolo “Les Fleurs du Mal”, diventano centodue  nel 1857, sei delle quali saranno censurate dall’istruttore Pinard durante il processo, e nella versione del 1861 arriverà a un totale di centoventisei poesie, che l’autore cerca di incastrare nel libro, seguendo un suo filo logico, e creando una serie di interconnessioni stilistico-tematiche, che però non impediscono autonomia ai singoli componimenti, ognuno dei quali ha infatti un senso compiuto e si basta da solo. Per esempio crépuscule du matin e crépuscule du soir presentano evidentemente delle analogie a partire dai titoli, ma sono autonome rispetto al tutto. I casi da elencare sarebbero svariati. (per esempio, poesie con lo stesso identico nome: XXXIV le chat, LI le chat, LXVI les chats, o le 4 poesie dal titolo spleen (da LXXV a LXXVIII ma gli esempi vanno anche oltre, cioè al di là del titolo delle poesie, tipo le “sette poesie per sette donne diverse” nella sez 1, o le tre poesie dedicate a Hugo nella sex. 2 e così via...)

Metro:La poesia è composta da dieci quartine in Alessandrini a rima baciata: ABBA... L’alessandrino  non rappresenta certo un’innovazione in senso stilistico, eppure per i suoi contemporanei, egli compone una poesia "strana", diversa nei contenuti. Sainte Beuve, per altro suo amico (ciononostante non lo aiuterà affatto né durante, né dopo il processo, pur avendone il potere e l'autorità) parlerà della "folie Baudelaire" (espressione di cui Roberto Capasso si è appropriato per farne il titolo di un libro bello e corposo sull'autore) e, cercando di "giustificare" la sua originalità S. Beuve dirà: "Tutto era stato preso nel campo della poesia, Lamartine si era preso il cielo, Hugo aveva preso la terra e più della terra, Laprade aveva preso le foreste, Musset aveva preso la passione e l'orgia splendente. Altri avevano preso il focolare e la vita rustica... Gautier aveva preso la Spanga e i suoi forti colori. Che restava dunque? Quello che Baudelaire ha preso. Vi è stato quasi costretto". Un tale commento ci rimanda l'impressione di un autore costretto alla "stravaganza", perché ha avuto la sfortuna di vivere in un tempo traboccante di geni.
Solo dieci anni dopo la pubblicazione della seconda edizione dei Fleurs, Rimbaud ribalterà i termini dell'osservazione, rimproverando Baudelaire di essersi accontentato: In una lettera indirizzata a Paul Demeny (15 maggio 1871): l'autore di "Une saison en enfer" scriverà "Baudelaire è il primo veggente, il Re dei poeti, un vero Dio. Tuttavia egli è vissuto in un ambiente troppo artista; e la forma tanto vantata in lui è meschina: Le invenzioni d'ignoto richiedono forme nuove". Anche Gautier fece questo tipo di considerazioni. Ma in tale sconfinato processo alle intenzioni, non possiamo non tenere a mente il pensiero di Baudelaire, ovvero : “ E’ del tutto evidente che le leggi metriche non sono tirannie inventate arbitrariamente. Sono regole che vengono pretese dall’organismo dello spirito stesso. Esse non hanno mai impedito all’originalità di realizzarsi. Il contrario è infinitamente più giusto: che esse hanno sempre aiutato l’originalità a maturare” (p 40 “La struttura della lirica moderna” Hugo Friedrich )
Visto dal nostro periodo storico, Baudelaire appare come una foto sfuocata, mai perfettamente inquadrata nel suo elemento. Pierre Brunel ci invita a riflettere sul fatto che l'autore è stato quasi sistematicamente attaccato in vita, per poi diventare l'idolo dei decadenti, il maestro dei simbolisti, (Breton parla di lui come del primo surrealista per la sua morale). La lista è ancora lunga, di fatto, autori molto diversi fra loro, vedono in lui un "iniziatore" e alla luce di ciò, è saggio secondo Brunel, restituirgli il suo posto, che è quello di chi vive al confine fra due epoche: L'ancien régime poetico e l'epoca moderna, ovvero (sempre secondo Brunel) fra spleen e idéal.

Perché poesia-prologo? Perché manca una prefazione tradizionale.
Flaubert, suo contemporaneo, non avrebbe mai scritto una prefazione. Egli pensava che tutto quel che l’opera ha da dire, è incluso nell’opera stessa, e desiderava che l' autore sparisse dietro la creazione artistica. Baudelaire dopo il processo, si pente di non aver scritto una prefazione, che forse lo avrebbe salvato da un simile linciaggio. Fu per questo che, in vista della seconda edizione del ’61, compose svariati progetti di prefazione, in cui però domina un forte senso di stizza da parte di un’autore che si sa grande (tanto da “osare” candidarsi all’Accademia Francese, provocando ilairtà generale fra gli intellettuali, e divertimento in Flaubert che nel suo “dizionario delle idee correnti” scriveva: “Académie Française: parlarne male, ma cercare di farne parte, se si può”. Eppure, confessa in una lettera ad un amico, che troverebbe straordinariamente interessante vedere Baudelaire in mezzo a tutti quegli autori altisonanti e marmorei per certi versi). E se Flaubert arriverà ad incolpare l'idiozia imperante del secondo impero per la morte dell'amico Gautier,  Baudelaire si sente personalmente offeso da una città paralizzata dall’idiozia borghese. Le sue parole suonano amare, risentite verso i suoi contemporanei, che offende pesantemente. L’autore scrive in questi abbozzi di prefazione, di rivolgersi a una nazione che vive una fase di grande volgarità. “Parigi centro e irradiamento della stupidità universale”, e questa stupidità l’associa al progresso, dunque indirettamente, ai borghesi, espressione di una forza sociale ed economica nuova, che non considera il “valore” in senso etico-morale, ma in senso meramente utilitaristico-monetario.
In uno dei primi “Salon” scrive, parlando ai Borghesi: “Voi siete la maggioranza ma occorre che impariate a sentire la bellezza”. Si rivolge a individui come Homais, l’odioso e ottusamente soddisfatto farmacista che Flaubert ci racconta di “Mme Bovary”, per esempio ma anche Jacques Arnoux, proprietario dell’ “Art industriel” in “L’educazione sentimentale”, e di figure simili, la Francia di Napoleone III è piena.

A prescindere da questa lunga riflessione su quello che l’autore pensò dopo il processo, rimane il fatto che “au lecteur” è stata la prima poesia del libro sin dal 1855, e come tale possiamo considerarla una specie di prologo, almeno quanto (secondo Massimo Colesanti) “Le voyage” può considerarsi un epilogo, che riassume molti dei temi base di tutta l’opera Baudelairiana.

Seguirò le note di Mario Richter e Massimo Colesanti per l’analisi della poesia.

AU LECTEUR è come abbiamo visto, il titolo.
Per Colesanti = Il lettore al quale s'indirizza Baudelaire, non è il solito "candido" lettore romantico che si lascia sedurre acriticamente dalle verità preconfezionate che gli racconta l’arte. Il suo lettore lo definisce "ipocrita", ma anche suo simile. Lo vuole dunque cosciente, suo simile/fratello. E a questo lettore egli chiede di diventare suo alleato, sua controparte. Gli chiede di leggere "I fiori del male" con senso critico e non distrattamente. In questo mi ricorda James Joyce che in uno dei suoi racconti di“Dubliners”, intitolato "counterparts" sembra come Baudelaire, voler lanciare la sfida al lettore, che è quella di spogliarsi della sua passività per costringersi a un punto di vista personale e soprattutto cosciente. "La coscience est dans le mal" dirà in una poesia (L'irrémediable -57- sez 1 FDM), e ovunque essa si trovi (la coscienza) è fondamentale che ci sia.
Per Richter = Baudelaire si rivolge innanzi tutto al lettore del suo tempo, borghese e in quanto tale, imprigionato nei suoi miti (economici soprattutto), un lettore colto abbastanza da saper leggere, e possedere una buona educazione, cosa non troppo diffusa allora (Ma W. Benjamin sottolinea che essendo il libro pubblicato con Poulet-Malassis, editore di basso livello, Baudelaire cercava di persuadere un tipo di lettore pigro, e che magari si aspetta tutt’altro registro letterario.).
Quanto al lettore di domani, per lui  non era che una speranza (diverso il caso di Stendhal, che dedica “La certosa di Parma”  “To the happy few”, proprio perché consapevole che i contemporanei non sapranno capirlo, e così facendo, sottolinea il suo senso di estraneamento dalla cultura francese (la sua idea di felicità risiede in Italia) e dal suo tempo, usando una lingua straniera, e la cosa ha forte valore simbolico.Per altro anche Baudelaire usa spesso termini inglesi “Spleen”, che è la noia “romantica” ripresentata con nuovi modi, o in titoli come: “anywhere out of the world”. Allora i poeti non usavano riferimenti inglesi. Quanto al romanzo, mi viene in mente una frase di “Le père Goriot” in cui, a inizio storia, Balzac sottolinea in francese che “All is true”, ma si tratta di rari casi, tanto più che i Francesi rimangono ancora oggi, fra i maggiori conservatori circa la salvaguardia della propria lingua a tutti i costi, e ancora oggi tendono a bandire termini inglesi che per il resto del mondo sono diventati correnti ). Richter sottolinea che oggi non censureremmo queste poesie per immoralità, che la religione praticamente non ha più presa nella vita di tutti i giorni, e ovviamente ricorda che la società non possiede più le caratteristiche di allora. Conviene dunque recuperare, per quanto è possibile una realtà in parte perduta. ( definizione questa, che in fondo non appare troppo dissimile da quella di Brunel, che ho già citato)

Seguirà un'analisi per quartine: Prima in francese, poi tradotte, ed infine qualche osservazione.

1
La sottise, l’erreur, le péché, la lésine
Occupent nos esprits et travaillent nos corps,
Et nous alimentons nos aimables remords, 
Comme les mendiants nourrissent leur vermine.

la stoltezza, L’errore il peccato, l’avarizia
occupano i nostri spiriti, sfibrano i nostri corpi,
e noi alimentiamo i nostri amabili rimorsi
come i mendicanti nutrono i loro pidocchi.

Stoltezza, errore, peccato e avarizia. La poesia inizia con quattro soggetti negativi che “occupano” i nostri spiriti (del poeta e del lettore) e affaticano il nostro corpo. Spirito e corpo sono i due estremi di un dualismo che inizia ad affermarsi
Il peccato è un termine eminentemente cristiano, e il male (il cui peso è concretamente presente nei primi versi come fosse un soggetto a più teste) domina tutte le facoltà umane. Colesanti sottolinea che per i termini che usa e i concetti che esprime, tutta la poesia va letta in ottica cristiana
La lésine, cioè l’avarizia è un male moderno, che l’autore considera fra i più gravi perché era uno dei principi più rispettati dai borghesi (Vedi “Eugénie Grandet” di Balzac o “L’assommoir” di Zola, cioè dei mondi dominati interamente dal meccanismo economico che, nel secondo caso soprattutto, rafforza i ricchi e stritola i poveri)
Il pronome “nous” o “nos” è ripetuto ben 4 volte, ed indica la volontà di creare una comunione fra lettore e poeta.
I pentimenti li definisce “amabili”, così denuncia ironicamente un malcostume cristiano attravreso una comparazione fra “noi” e i mendicanti”. Così come questi nutrono i loro parassiti (pidocchi, e altro) col loro sangue, allo stesso modo noi “alimentiamo” i nostri amabili rimorsi (cosa che evoca la figura del vampiro, che troveremo spesso nelle poesie a venire) così che i nostri vizi possano sopravvivere  succhiando il nostro sangue, vivendo dunque, a nostre spese.

2
Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches (fiacchi) ;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux (colpe),
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux (cammino fangoso) ,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

I nostri pensieri sono testardi, e i nostri pentimenti sono fiacchi
con laute ricompense confessiamo le nostre colpe
e rientriamo sereni lungo il sentiero fangoso*
credendo di lavare tutte le nostre colpe con vili lacrime.
* = il fango compare spesso nel libro a partire dall’ intento di alchimista di Baudelaire nei confronti della città esposto in uno dei progetti di prefazione "Tu mi hai dato fango e io ne ho fatto oro". Ma pensiamo anche alle ali del cigno della terza poesia della sez II, che “bagnava nervosamente le sue ali nella polvere” vs 21, e la polvere altro non è che fango asciutto. (tanti altri sono gli esempi)
Il tono della poesia si fa in questa strofa marcatamente cattolico: Qui troviamo una critica dura e radicale al rapporto del cattolicesimo col male, cioè col  peccato, il pentimento, la confessione. Col pretesto di confessione e pentimento, dunque assoluzione della colpa, di fatto, continuiamo a a commettere quegli atti ai quali diamo il nome di “peccati”, e a poco servono le “vili lacrime” con le quali crediamo di purificarci, perché alla fine restiamo quel che eravamo. (può darsi né buoni, né cattivi, semplicemente umani ). (Colesanti ricorda che per Baudelaire, la causa dei mali del mondo, è il peccato Originale, dunque la perdita della purezza, e si avverte nell'opera un continuo senso di caduta, quasi in stile Miltoniano).
Ci siamo forgiati degli abili strumenti di ipocrisia, ed è per questo importante rilevare la cesura che sospende la parola “Gaiement” nel vs 7 (e noi rientriamo sereni – lungo il sentiero fangoso)
= quindi in sostanza, anche se lo chiamiamo “cammino fangoso”, ci piace!

3
Sur l’oreiller du mal c’est Satan Trismégiste*
Qui berce longuement notre esprit enchanté,
Et le riche métal de notre volonté
Est tout vaporisé par ce savant chimiste.*

Sul guanciale del male c’è Satana Trismegisto
che culla lungamente il nostro spirito incantato
e il ricco metallo della nostra volontà
è tutto vaporizzato da questo sapiente alchimista

Satana trismegisto* è l’autore effettivo di tutti i nostri atti. La cultura cristiana gli attribuisce tutti i mali, eppure qui si tratta di un male confortevole, perché funge per noi da cuscino sul quale poggiare la testa, è lui che culla il nostro spirito e grazie al suo mestiere di alchimista (scienza antica) riesce a vaporizzare la nostra volontà, che è la base del nostro essere, quella che ci permette di conferire alla realtà un volto diverso (la volontà è considerata forte come un metallo di valore, che però sarà vaporizzato dal male)

Ps: scrive nella nota iniziale di Mon coeur mis à nu: De la vaporisation et de la centralisation du moi. Tout est là (I,I) Scrive a tal proposito Massimo Colesanti “ Direi che Baudelaire ha portato fino in fondo questa centralizzazione dell’io, tragicamente e spietatamente. In definitiva, il più grande poeta lirico e lucido, cosciente, che il Romanticismo abbia prodotto, è proprio Baudelaire” [ pag 9 intro a I fiori del male della Newton)
L'atto di vaporizzazione torna spesso nel libro. Qui è la debole volontà umana ad essere vaporizzata.
* Trismegisto = tre volte grande... tre è un numero sacro, che B. usa in senso dissacratorio, lo fa anche nella sezione"Révolte" in cui le poesie sono solo tre e tutte contro Dio.
* Chimico, alchimista...questo crea una “fratellanza” con l’autore che spesso vede il poeta nelle vesti di un alchimista, (che trasforma il fango in oro, come in uno dei progetti di prefazioni, o che nella poesia “l’alchimie de la douleur” (l’alchimia del dolore), sul finire della sez. uno, inverte l’alchimia e trasforma l’oro in ferro e il paradiso in inferno, “par toi”, cioè per mezzo di Hermes inconnu, il quale altri non è che il famoso Satana trismegisto di questa poesia.
4
C’est le Diable qui tient les fils qui nous remuent !
Aux objets répugnants nous trouvons des appas ;
Chaque jour vers l’Enfer nous descendons d’un pas,
Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

È il Diavolo a tenere i fili che ci muovono!
Negli oggetti ripugnanti troviamo fascino;
Ogni giorno verso L'Inferno discendiamo di un passo
senza orrore, attraverso tenebre puzzolenti.

La maiuscola che usa per descrivere il diavolo,corrisponde ad una allegorizzazione, dunque a una personificazione del male. Questo essere, Satana, ci tratta come marionette, muovendo i nostri fili. E noi amiamo gli oggetti che chiamiamo ipocritamente “ripugnanti” (anche per via della nostra cultura, cristianesimo incluso), e questo fa si che scendiamo verso l’inferno ad ogni respiro... le tenebre puzzolenti = ovvero la vita che noi viviamo senza orrore è l’Inferno (Maiuscola ) stesso governato da Satana. La vita che esiste è una oscurità fetida.
Richter nota che qui Baudelaire inizia a mischiare il PIACERE col MALE (a tal proposito vedi tutte le parti che ho sottolineato  in ogni strofa –incluse quelle che seguono: vs 3/7/10/14/19/26)

5
Ps: La quartina è stata censurata nel '59 per immoralità
Ainsi qu’un débauché pauvre qui baise et mange
Le sein martyrisé d’une antique catin, (= puttana)
Nous volons au passage un plaisir clandestin
Que nous pressons bien fort comme une vieille orange.

Come un povero debosciato morde e carezza
il seno martirizzato di una vecchia puttana,
Noi rubiamo di passaggio un piacere clandestino
e lo spremiamo con forza come una vecchia arancia.

Qui approfondisce attraverso comparazioni aspramente realiste, il motivo della strofa precedente, soprattutto l’attrazione per gli oggetti ripugnanti.
Nella prima strofa si parla di mendicanti (ai quali si è associati perché nutrono col loro sangue i parassiti che li abitano, e allo stesso modo noi nutriamo i nostri vizi), qui c’è una nuova assimilazione ai poveri, debosciati” VIZIOSI che pur di soddisfare istinti primordiali, mordono il seno di una vecchia puttana (antique Catin: termine volgare) spremuto come un’arancia (linguaggio popolare di ambienti equivoci parigini)
Notiamo però che questo piacere viene rubato, e non liberamente goduto, perché si è nella condizione di poveri e in viaggio verso l’Inferno.
Abbiamo dunque vergogna di apparire per come siamo effettivamente. La nostra vergogna non è però nei confronti di Satana che tira i fili delle nostre azioni. Noi abbiamo vergogna all’idea che esista qualcuno ricco e non vizioso, ci vergognamo per quel che vorremmo essere e non siamo (la volontà l’aveva infatti paragonata a un ricco metallo che però Satana, sapiente chimico, farà evaporare)

Richter cerca di analizzare le immagini che ci assimilano ai mendicanti e ai poveri che approfittano del piacere ottenibile da una vecchia prostituta, e conclude:
A_ che occorre escludere una condizione di bontà.
B_che possiamo sperare solo di avere un piacere non clandestino soddisfacendo i nostri istinti di viziosi con una giovane prostituta, saporita come una spremuta d’arancia fresca.
Tutto questo significa che la realtà culturale in cui viviamo, realtà che inventa una struttura dualista dividendo l’uomo in anima e corpo, bene e male, cielo e terra etc... non ci consente altro che un rapporto clandestino con dei piaceri degradati, ottenibili da una vecchia prostituta.

 Perché Antique Catin? Forse in senso ironico, per indicare una vecchia, ma forse allude anche a qualcosa di più ampio come la civilizzazione occidentale e il suo mito, civilizzazione invecchiata, antica, come una prostituta che non può donare altro che sapori disgustosi del frutto di una vecchia arancia spremuta.

6
Serré, fourmillant, comme un million d’helminthes,
Dans nos cerveaux ribote un peuple de Démons,
Et, quand nous respirons, la Mort dans nos poumons
Descend, fleuve invisible, avec de sourdes plaintes. (il fiume invisibile: La morte)

Stipati, brulicanti, come milioni di elminti (parassiti intestinali...qui nel cervello!)
un popolo di Demoni fa bagordi nei nostri cervelli,
e quando respiriamo, La Morte nei nostri polmoni
scende, fiume invisibile, con lamenti sordi

Nelle nostre teste c’è qualcosa che ricorda un corpo in putrefazione,: un popolo di Demoni o di spiriti malvagi che si danno a un’ orgia gioiosa nei nostri cervelli e vengono assimilati a dei germi che di solito vivono nell’intestino (gli Helminti, termine dotto!) Ecco dunque un terribile avvicinamento di cervello e intestino: da una parte i demoni, dall’altra i versi = e’ in questo la differenza fra SPIRITO E CORPO.
=Parlavamo di putrefazione, in effetti ecco che ad ogni respiro scendiamo verso l’inferno di un passo (immagine che mi ha fatto pensare istintivamente al bel lavoro di Giger che ho pubblicato)


7
Si le viol, le poison, le poignard, l’incendie, ( 4 elementi come n 1° strofa)
N’ont pas encor brodé de leurs plaisants dessins
Le canevas banal de nos piteux destins,
C’est que notre âme, hélas! n’est pas assez hardie.

E se lo stupro, il veleno, il pugnale e l' incendio,
non hanno ancora ricamato con ricami piacevoli
la tela banale dei nostri pietosi destini,
è che la nostra anima, purtroppo! Non è abbastanza ardita.

Questa è la strofa più terribile, la più atroce, la più sconvolgente.
Hélas: Interiezione che funge da perno della sua violenza. Il critico si sofferma soprattutto su due espressioni:
A_Plaisants dessins: I ricami eseguiti sulla nostra tela da stupro, veleno, pugnale, e incendio, li definisce “Piacevoli”, cioè atti a procurare piacere. E Richter non è troppo sicuro che sia un’espressione ironica.
B_Canevas banal de nos pitieux destins. La vita che costituisce i nostri pietosi destini, è definita BANALE, insignificante, senza interesse e dunque noiosa, insopportabile. Ma questo tipo di vita non corrisponde ai nostri istinti profondi (in cui sarebbero iscritte le pulsioni suddette). E sebbene tale coscienza possa fare orrore, Baudelaire dice che questi orrori ci farebbero piacere. (Cosa già ribadita nelle strofe precedenti: 1’ i nostri amabili rimorsi, 2’ rientriamo felicemente nei nostri cammini fangosi,3’ il nostro animo incantato, 4’ agli oggetti ripugnanti troviamo un fascino.... senza orrore, 5’ un piacere clandestino... )

= Di fatto, il solo motivo per cui non compiamo questi atti crudeli è che “Hélas!”, il nostro animo non è abbastaza coraggioso! E in questa interiezione si crea una frattura fra il lettore (che si compiace di non avere questo coraggio per le cose orribili) e il poeta, di altro avviso....

= Il dovere del poeta è cercare l’INCONNU dell’animo, il mistero che c’è dentro di noi, il mondo inghiottito di un’anima che si è ritagliata uno spazio vivibile, che si è fabbricato dei miti consolatori e illusori (per esempio l’animo del cristiano: anima senza coraggio, ipocrita che si pretende quel che non è. Vedi note della seconda strofa). Questo compito che il poeta si prefigge, richiede un coraggio enorme. Si tratta di lottare contro la “verità” dell’ipocrisia, una verità in cui il poeta stesso si trova affogato. (è una verità che fa dell’uomo un mendicante, un povero che trae piaceri furtivi da una vecchia prostituta)

Si tratta di dimostrare la struttura stessa della nostra cultura e della sua lingua. Così concepita, la poesia diventa strumento privilegiato della conoscenza ( siamo ben lontani dalle preoccupazioni dell’eleganza formale)

Le tre quartine che concludono la poesia, formano un blocco quasi compatto, con una struttura sintattica che si suddivide in tre parti che coincidono quasi perfettamente con queste strofe:
1_ Mais parmi (8’)... 2_ il en est un...(9’) 3_ c’est l’Ennui...(10’)
 Il resto del commento lo scrivo a fine poesia.

8
Mais parmi les chacals, les panthères, les lices ( nuova elencazione, più numerosa)
Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,
Les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,
Dans la ménagerie* infâme de nos vices,
* vedremo il ruolo del serraglio per "il cigno"

Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le linci,
le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti,
i mostri urlanti, ruggenti, striduli, rampanti
nel serraglio infame di tutti i nostri vizi,

9
Il en est un (mostro) plus laid, plus méchant, plus immonde !
Quoiqu’il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,
Il ferait volontiers de la terre un débris
Et dans un bâillement avalerait le monde

Ve n’è uno più brutto, più maligno, più immondo!
Benché non si riveli con gesti o con grida
farebbe volentieri della terra una rovina
E con uno sbadiglio ingoierebbe il mondo.

10
C’est lEnnui ! L’oeil chargé d’un pleur involontaire,
II rêve d’échafauds en fumant son houka. (simile al narghilé)
Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
– Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère !

È la Noia – occhio gonfio di lacrime involontarie
sogna patiboli fumando la sua pipa.
Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato
– Ipocrita lettore – mio simile – mio fratello!

In principio Baudelaire aveva incluso un' epigrafe di Banville secondo cui il VIZIO non ha per madre la scienza e la VIRTU' non è figlia dell'ignoranza. ... quindi la conoscenza dell'uomo è ipocrita!

Questa organizzazione del discorso ha la funzione principale di rinforzare le parole dell’ultima strofa. (C’est l’Ennui...) già nella settima strofa “Banal” ed “hélas” annunciavano lo sviluppo di questo motivo.
Dopo aver letto la settima strofa il lettore è portato a sentirsi “fortunato” perché la sua anima non ha il coraggio che serve per il male, ma dall’altra parte capisce che sta realizzando una forte occultazione e repressione di qualcosa che è dentro di sé, e lo sta facendo attraverso l’ENNUI, la noia, figlia dell’ipocrisia e, per Baudelaire, il peggiore dei vizi possibili.
L’ennui è uno stato di non autenticità, di profonda insoddisfazione, è il risultato a cui arriva un anima che non sa rispondere all’ampiezza dei desideri e degli istinti che si agitano in “noi”.

Richter articola così il pensiero di Baudelaire:
“ peccato che l’anima non renda meno banale, quindi noiosa, la vita, commettendo stupri etc... ma esiste un vizio ancora peggiore che è la noia.”
Ci si chiede se l’autore desideri oppure no che l’anima esprima questo terribile vizio, il peggiore possibile.

L’ennui ci è raccontato come il peggiore dei mostri (o vizi) che sono imprigionati, come bestie feroci, nella gabbia della nostra anima. In linea con la settima strofa, ci si chiede perché anche questo vizio, come gli altri, non dovrebbe manifestarsi? E in che modo? Essendo riconosciuto come tale (cioè come noia) nella realtà che esiste, nella “scienza imbrattata di inchiostro”, nel dualismo che struttura la cultura che ci consente di vivere e parlare. Solo che tale riconoscimento non è semplice da fare. La noia (personificata dalla maiuscola) ci è presentata nella sua natura poco “voyante” poco rumorosa, ( non fa grandi gesta né grandi urla), ed è personificata nelle vesti di un uomo qualunque, triste anche se non vuole esserlo (l’occhio gonfio di lacrime involontarie), un uomo che fuma la pipa, affogato nei suoi pensieri sinistri e distruttivi (sogna i patiboli fumando l’houka)

Cerchiamo di ricapitolare:
Il peggior vizio dell’anima è la sua mollezza. Il fatto che nn sa accettarsi per quel che è, genera il peggiore dei mostri: la noia, un male peggiore dello stupro etc... (la noia desidera la distruzione del mondo e dell’uomo Farebbe volentieri una rovina della terra...e con uno sbadiglio ingoierebbe il mondo ...sogna patiboli... )

L’ Ennui che porta in sé la disperazione, malgrado la sua apparente tranquillità, desidera la fine del mondo

L’ennui è la realtà che esiste, la realtà inventata, voluta dall’anima che nn ha il coraggio di rivelarsi secondo la sua realtà effettiva: La noia nasce dall’ipocrisia. Il mondo che esiste è noioso ma l’anima non vuole riconoscerlo allora finge che non lo sia. ( e quest’anima è del lettore ma anche dello scrittore)

Per evitare il peggiore dei mali, occore che l’animo si faccia cosciente e riconosca che la realtà, forgiata al servizio della sua ipocrisia, è noiosa, monotona, banale...

E’ per questo che la prima poesia del libro invita il suo lettore a non sentirsi differente da chi scrive, a non dissociarsi dalle parole violente che gli sono indirizzate, ma a riconoscersi fraternamente unito all’autore.

Ultima cosa, non secondaria.
“Mon frère” è l’ultima parola della poesia. = posizione strategica.
Col battesimo tutti gli uomini di chiesa diventano fratelli e così sono trasformati nel cristo, figlio di Dio.
Baudelaire inizia duqnue il suo libro con dei versi di sottile DEMISTIFICAZIONE: Gli uomini capaci di leggere e scrivere, somigliano tutti per via della loro educazione, inevitabilmente fondata su dei principi dualisti, dunque sull’ipocrisia, “mon semblable” e se grazie alla loro morale cristiana (fondamentale n secolo scorso) si chiamano “fratelli” come risultato della loro ipocrisia perché la loro anima dissimula in realtà degli istinti terribili, affatto freaterni. (Viol, poison, poignard, incendie), degli istinti che Baudelaire rimpiange di non vedere prendere libero corso.


Formalmente ci sono due aspetti da notare:
l’accumulazione di termini e l’unione di parole astratte con immagini e parole molto concrete e quasi volgari
così si annunciano due elem. Fondamentali della poesia di B. = la violenza, e l’accostamento di contrari, all’occorrenza, dell’astratto col concreto, del nobile col volgare.


10 commenti:

  1. ottimo blog, molto meglio delle lezioni seguite a scuola ^^ grazie!!

    RispondiElimina
  2. Paola, se è vero che "Felicità momenti"...questo è uno di quei momenti. Grazie mille! Mi spiace di metterci così tanto nella realizzazione dei singoli link, ma ci tengo a fare tutto al meglio e così il tempo passa. Grazie ancora. Non sai quanto mi fa piacere quello che scrivi.
    ps: Google non mi riconosce... quindi sono "Anonima" ma in realtà sono Luisa! :-)

    RispondiElimina
  3. Complimenti per l'analisi, mi sta aiutando a preparare un esame universitario di letteratura XD Grazie, se prenderò un bel voto sarà anche grazie a te :)
    Martina

    RispondiElimina
  4. Grazie a te Martina. Mi spiace di essermi un po' tanto arenata, ma tengo molti blog e serve tempo. Devo darmi una mossa. In bocca al lupo! Fammi sapere... Luisa (Purtroppo Google non mi riconosce...tranne quando ha voglia lui!Quindi sono anonima!!)

    RispondiElimina
  5. complimentoni davvero anche a me sta aiutando molto a preparare uno degli ultimi esami di letteratura francese ;-)e grazie mille per questo tuo contributo laura

    RispondiElimina
  6. Grazie Laura. Mi fa piacere che il blog sia utile. A breve uscirà Bénédiction e poi spero di velocizzare o facciamo notte! Ovviamente consiglia il blog ai tuoi amici!! :-) Grazie. LUISA.

    RispondiElimina
  7. blog utilissimo, completo e perfetto in tutto..grazie :)

    RispondiElimina
  8. Mi fa molto piacere che ti piaccia il mio blog. Non me la sento di definirlo "perfetto" perché sarebbe presunzione, però ti posso dire che va molto lento perché cerco di scrivere cose precise e nel miglior modo possibile. Grazie ancora.
    Luisa.

    RispondiElimina
  9. Complimenti per il blog, post molto interessanti e analisi ben curate e approfondite, davvero ottime! E poi Baudelaire è uno dei miei poeti preferiti e una delle mie prime fonti d'ispirazione. Rileggere I fiori del male dopo qualche anno con più attenzione critica e confrontandomi anche con le tue analisi me lo sta facendo apprezzare ancora di più, grazie!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Edoardo. Ho avuto problemi col PC quindi l'ho dovuto tralasciare, ma ora che ne ho uno nuovo, tornerò a scrivere di più. Non sai che piacere mi fanno commenti come il tuo. Grazie ancora.

      Elimina